Cinema all'aperto
Una storia da ricostruire
Fotografie, documenti e ricordi aiutano a raccontare questo luogo.
Le sere d'estate, uno schermo bianco e le sedie di legno sotto le stelle.
Modalità teatroLuci basse, le foto in scena e una voce che racconta la storia.EntraQuando il sole calava dietro il porto e l'aria del lungomare si faceva finalmente fresca, ad Augusta cominciava un altro rito. Dalle sette in poi, davanti al cancello del cinema all'aperto, si formava una fila lenta e chiacchierona: madri con i bambini già lavati e pettinati, nonni con il cuscino sotto il braccio, ragazzi che fingevano di arrivare per caso proprio dove stava la ragazza che piaceva a loro.
Il cortile era semplice: un muro imbiancato a calce che faceva da schermo, file di sedie di legno pieghevoli, qualche palma, e in fondo la cabina di proiezione, una casetta di mattoni con due finestrelle quadrate da cui usciva il fascio di luce. Dentro c'era don Peppino, il proiezionista, in canottiera per il caldo, che caricava le bobine a mano e conosceva ogni film a memoria. Quando la pellicola si spezzava, ed era una cosa che succedeva spesso, dal cortile partiva un fischio collettivo, e lui rispondeva affacciandosi: «Un minuto, un minuto!». Il minuto a volte diventava dieci, e nessuno se ne andava.
I biglietti costavano poche lire, e chi non le aveva trovava comunque il modo di vedere: dai balconi delle case di fronte, dalle terrazze, perfino dai rami degli alberi del viale. Le signore del palazzo accanto portavano fuori le sedie e guardavano il film dall'alto, commentando ad alta voce le scene d'amore.
Tra il primo e il secondo tempo si accendevano le lampadine appese ai fili, e cominciava il giro del venditore. Aveva una cassetta di legno a tracolla e una voce che arrivava fino al mare: «Gassose, aranciate, semenza!». I semi di zucca salati si mangiavano a manciate, e il pavimento, a fine serata, era un tappeto di bucce che il custode spazzava all'alba. I più fortunati si prendevano un gelato al limone, che si scioglieva prima di arrivare a metà.
Si vedeva di tutto. I western con i cavalli che sembravano uscire dal muro, i film di Totò che facevano ridere anche chi li aveva già visti tre volte, i melodrammi che lasciavano le donne con il fazzoletto in mano. D'estate arrivavano anche i film americani a colori, e per i bambini erano una magia: il cielo sullo schermo era più azzurro di quello vero, sopra le loro teste.
Il cinema all'aperto era anche il posto dove ci si conosceva. Molte coppie di Augusta raccontano di essersi parlate per la prima volta lì, tra una fila di sedie e l'altra, con la scusa di chiedere l'ora o di offrire una gassosa. I genitori sorvegliavano da lontano, ma il buio aiutava, e il rumore del proiettore copriva le parole sussurrate.
Poi, verso la fine degli anni Settanta, le cose cambiarono. Arrivò la televisione in ogni casa, le sere d'estate si passavano davanti allo schermo piccolo del salotto, e le sedie del cortile restarono sempre più vuote. L'ultima stagione fu quella del 1978. Il muro bianco c'è stato ancora per un po', poi è stato ridipinto, e oggi chi passa sul lungomare non immagina che lì, per più di vent'anni, una città intera si è seduta insieme a guardare le stesse storie.
Chi c'era se lo ricorda bene: il profumo del mare mescolato a quello dei semi tostati, lo scricchiolio delle sedie a ogni risata, e quel fascio di luce che attraversava il buio sopra le teste, pieno di polvere e di falene, come una strada sospesa che portava altrove.